Subito la definizione per capire al meglio cosa s’intende per contratto di rete: e’ un contratto con cui “due o più imprese si obbligano ad esercitare in comune una o più attività economiche rientranti nei rispettivi oggetti sociali allo scopo di accrescere la reciproca capacità innovativa e la competitività sul mercato”.

E’ un nuovo strumento giuridico, introdotto nell’ordinamento italiano nell’anno 2009 che consente alle aggregazioni d’imprese di instaurare una collaborazione organizzata e duratura mantenendo la propria autonomia e la propria individualità (senza costituire ad esempio una società) e di fruire di agevolazioni fiscali e incentivi.

Sempre la legge prevede che le parti “si obbligano, sulla base di un programma comune di rete, a collaborare in forme e in ambiti predeterminati attinenti all’esercizio delle proprie imprese ovvero a scambiarsi informazioni o prestazioni di natura industriale, commerciale, tecnica o tecnologica ovvero ancora ad esercitare in comune una o più attività rientranti nell’oggetto della propria impresa”.

Una chance importante alle PMI del nostro paese che hanno ora a disposizione uno strumento in più per superare gli inconvenienti che un eccessivo nanismo si porta dietro.

Lo strumento sta iniziando a diffondersi dopo qualche ritrosia dovuta più alla difficoltà a metabolizzare il nuovo istituto che, si ritiene, alle debolezze dello stesso.

Il Piemonte non brilla per vivacità, alcuni dati: nel 2013 i contratti di rete stipulati sono stati 57 e hanno visto coinvolte 186 imprese ( v. Giovanni Foresti, Servizio studi e ricerche Intesa San Paolo). In Italia i contratti di rete a quella data sono stati 792 e hanno visto 4.092 imprese coinvolte.

Tornando alle tematiche giuridiche il contratto deve necessariamente prevedere: gli obiettivi strategici; il programma di rete con indicazione dei diritti e degli obblighi assunti e le modalità di realizzazione dello scopo comune; la durata; le modalità di adesione di altri imprenditori e, infine, le regole per l’assunzione delle decisioni.

Facoltativi, nel senso che possono essere inseriti nel contratto ma anche non previsti, sono il fondo patrimoniale e l’organo comune.

Circa il primo le parti sono “libere di stabilire la misura e criteri di valutazione dei conferimenti iniziali e degli eventuali contributi successivi che ciascun partecipante si obbliga a versare la fondo nonché le regole di gestione del fondo medesimo”.

Circa il secondo, il contratto di rete può prevedere il c.d. organo comune ossia il soggetto “incaricato di gestire, in nome e per conto dei partecipanti l’esecuzione del contratto o di singole parti o fasi dello stesso”.

Alla rete spettano anche dei benefici fiscali, in particolare quello relativo alla sospensione di imposta per gli utili conferiti dalle imprese partecipanti nel fondo patrimoniale comune.

Tuttavia come spesso accade nel nostro paese, pur di fronte ad uno strumento utile e positivo arrivano le complicazioni: l’Agenzia delle entrate con una sua circolare ha chiarito che l’agevolazione fiscale spetta solo alla “rete contratto” e non anche alla “rete organizzazione”.

Ossia l’agevolazione vale se il contratto ha effetti obbligatori tra le parti (“rete contratto”) e non se il contratto ha effetto costitutivo di un nuovo soggetto giuridico (“rete organizzazione”, in presenza di fondo comune, organo comune e iscrizione nel registro delle imprese).

L’auspicio è che la burocrazia non arrivi a “stritolare” uno strumento che si può rivelare assai utile ed efficace per il nostro sistema delle PMI.

Avv. Massimo Giordano