Un padre usufruisce del congedo parentale, ma successivamente, invece di dedicarsi al figlio, lavora nella pizzeria della moglie. Il datore di lavoro lo scopre e lo licenzia.
Il lavoratore impugna il licenziamento sostenendone l’illegittimità, la il giudice del lavoro gli dà torto. Impugna la sentenza in appello, ma l’impugnazione viene rigettata. Ricorre allora in Cassazione.
E Gli ermellini spiegano in motivazione: “La l. n. 53 del 2000, art. 1, lett. A), prevede l’istituzione dei congedi dei genitori in relazione alla generale finalità di promuovere il sostegno della maternità e della paternità. IL d.lgs. n. 151 del 2001, art. 32, in attuazione, introduce i congedi parentali e dispone che per ogni bambino, nei suoi primi otto ani di vita, ciascun genitore ha diritto di astenersi dal lavoro. Tale diritto compete: alla madre lavoratrice, trascorso il periodo di congedo di maternità, per un periodo continuativo o frazionato non superiore a sei mesi (comma 1, lett. A); al padre lavoratore, dalla nascita del figlio, per un periodo continuativo o frazionato non superiore a sei mesi (comma 1, lett. B). Il congedo parentale – continuano – spetta al genitore richiedente anche qualora l’altro genitore non ne abbia diritto (comma 4); ai fini dell’esercizio del diritto il genitore è tenuto, salvi i casi di oggettiva impossibilità, a preavvisare il datore di lavoro secondo modalità e criteri definiti dai contratti collettivi, e comunque con un periodo di preavviso non inferiore a quindici giorni (comma 3). Per i periodi di congedo parentale alle lavoratrici e ai lavoratori, è dovuta un’indennità, calcolata in misura percentuale sulla retribuzione secondo le modalità previste per il congedo di maternità (art. 34, commi 1 e 4)”.
E’ un diritto potestativo, ritiene la Corte, che però deve essere esercitato per lo scopo per cui è concesso, cioè per “la cura diretta del bambino”, perché diversamente facendo si configura un abuso del diritto, e quindi non per esercitare altre attività lavorative sebbene incidenti positivamente sull’organizzazione economica e sociale della famiglia.
Il decreto legislativo n. 151 del 2001, nel prevedere che il lavoratore possa astenersi dal lavoro ei primi otto anni di vita del figlio, percependo dall’ente di previdenza un’indennità commisurata ad una parte della retribuzione, configura un diritto al fine di, precisano i supremi giudici, “garantire con la propria presenza il soddisfacimento dei bisogni affettivi del bambino e della sua esigenza di un pieno inserimento nella famiglia; pertanto, ove si accerti che il periodo di congedo viene invece utilizzato dal padre per svolgere una diversa attività lavorativa, si configura un abuso per sviamento della funzione propria del diritto, idoneo ad essere valutato dal giudice ai fini della sussistenza di una giusta causa di licenziamento, non assumendo rilievo che lo svolgimento di tale attività (nella specie, una pizzeria di proprietà della moglie) contribuisca ad una migliore organizzazione della famiglia”.
Monica Bombelli – IUS 40