Lo hanno stabilito il Tribunale di Alessandria, confermato la Corte di Appello di Torino e la Corte di cassazione con provvedimento del 12.11.2018.
Questo il caso: un dipendente di una nota società pubblica di Alessandria postava sul proprio profilo Facebook dichiarazioni pesantemente diffamatorie e denigratorie del proprio datore di lavoro il quale decide di licenziarlo.
Il dipendente impugnava il licenziamento affermando che quanto postato sul proprio profilo non poteva essere utilizzato in giudizio costituendo l’accesso un’interferenza nella sua vita privata.
L’argomentazione viene respinta perché l’accesso al profilo, così viene argomentato, era volto ad accertare non le sue opinioni ma atteggiamenti rilevanti ai fini della verifica delle sue attitudini professionali.
Vengono altresì richiamati, per censurare il comportamento del dipendente che insulta, i doveri di fedeltà e di buona fede e correttezza che impongono al lavoratore di astenersi dal porre in essere comportamenti che possano pregiudicare il rapporto fiduciario.
La pronuncia segue un’altra importante decisione della Cassazione (n. 10280 del 27.04.2018) con la quale veniva confermato un altro licenziamento disciplinare conseguente a pesanti affermazioni del lavoratore “mi sono rotta i c+++++i di questo posto di m+++a e per la proprietà”” postati su Facebook.
Questo il passaggio rilevante della sentenza: “La condotta di postare un commento su FB realizza la pubblicizzazione e la diffusione di esso, per l’idoneità del mezzo utilizzato a determinare la circolazione del commento tra un gruppo di persone, comunque, apprezzabile per composizione numerica, con la conseguenza che, se, come nella specie, lo stesso è offensivo nei riguardi di persone facilmente individuabili, la relativa condotta integra gli estremi della diffamazione e come tale correttamente il contegno è stato valutato vietato in termini di giusta causa del recesso, in quanto idoneo a recidere il vincolo fiduciario nel rapporto lavorativo”.
Avv. Massimo Giordano