Secondo la Cassazione, il motivo è giustificato solo in pochi casi. Precisamente, il caso di cessazione di detenzione del veicolo da parte del proprietario o la situazione imprevedibile e incoercibile che impedisca al proprietario stesso di sapere chi lo abbia guidato un determinato momento.
A stabilirlo una recente sentenza della Corte di Cassazione, Sezione seconda, del 29 novembre 2018.
Questo il caso.
Un tizio riceve una multa per eccesso di velocità. Alla domanda di comunicare le generalità di chi era alla guida al momento dell’infrazione, il tizio risponde che, avendo utilizzato il veicolo di proprietà aziendale durante il mese di agosto con tutta la famiglia, ed essendosi alternato alla guida con la moglie, non era in grado di dire chi fosse alla guida al momento della violazione.
Gli viene comunque comminata la multa per la mancata comunicazione dei dati del conducente, di cui all’art. 126 del codice della strada.
Il tizio impugna la contravvenzione e il Giudice di Pace gli dà ragione. La controversia passa in appello e anche il Tribunale, quale giudice dell’impugnazione, conferma la decisione di primo grado.
Le carte passano in Cassazione, ma quest’ultima cassa la sentenza e rinvia al Tribunale che, in persona di altro magistrato, dovrà rifare il giudizio.
Dichiara la Suprema Corte che “il proprietario del veicolo, in quanto responsabile della circolazione dello stesso nei confronti delle pubbliche amministrazioni non meno che dei terzi, è tenuto sempre a conoscere l’identità dei soggetti ai quali ne affida la conduzione, onde dell’eventuale incapacità d’identificare detti soggetti necessariamente risponde, nei confronti delle une per le sanzioni e degli altri per i danni, a titolo di colpa per negligente osservanza del dovere di vigilare sull’affidamento in guisa da essere in grado di adempiere al dovere di comunicare l’identità del conducente”.
Quindi, secondo gli ermellini, si è obbligati a conoscere a chi si affida il proprio veicolo.
Continuano i magistrati: “In ragione dell’esistenza di tale dovere, un giustificato motivo di mancata conoscenza, da parte del proprietario del veicolo, dell’identità di chi ne abbia avuto la guida è configurabile nei casi di cessazione della detenzione del veicolo da parte del proprietario”, tipo i casi di furto o di cessione in comodato della vettura con contratto regolarmente registrato, “o nella presenza di situazioni imprevedibili ed incoercibili che impediscano al proprietario di un veicolo di sapere chi lo abbia guidato in un determinato momento nonostante che egli abbia (e dimostri in giudizio di avere) adottato ogni misura idonea ed esigibile secondo criteri di ordinaria diligenza, a garantire la concreta osservanza del dovere di conoscere e di ricordare nel tempo l’identità di chi si avvicendi alla guida del veicolo (ad esempio, redigendo e conservando elementari annotazioni scritte)”.
Non basta perciò giustificarsi dicendo che non si sa chi era alla guida: bisogna dimostrare di aver fatto io possibile per saperlo, “non potendosi – prosegue la Cassazione – ritenere, per contro, giustificato il proprietario che dichiari di ignorare chi sia il conducente del veicolo senza aver dimostrato quali misure egli abbia adottato per conservare la memoria di chi abbia detenuto il veicolo”. Si tratterà di misure, precisa la Corte, “non catalogabili in astratto, ma la cui ragionevole esigibilità nella vita quotidiana non può che variare in ragione della diversità delle situazioni concrete, evidente essendo che la gestione di un parco macchine aziendale è diversa dalla gestione del veicolo di un nucleo familiare; anche in quest’ultimo caso, tuttavia, chi sia intestatario del veicolo è gravato di un dovere di controllo e di memoria, nel cui adempimento potrà farsi aiutare dai componenti del nucleo e la cui inosservanza lo espone, qualora non dimostri di aver fatto quanto ragionevolmente necessario per osservarlo, alla responsabilità prevista dall’art. 126 CdS comma 2”.
Avv. Monica Bombelli