Consente al familiare di scegliere la sede di lavoro più vicina al domicilio della persona da assistere vale non solo all’inizio del rapporto di lavoro ma anche durante il corso del rapporto stesso.A stabilirlo, una recente sentenza della Corte di Cassazione depositata il 1° marzo 2019, n. 6150.
Questo il caso. Un tizio, asserendo di essere familiare che assiste altro familiare, chiede di essere trasferito nel comune più vicino al comune dove ha domicilio il familiare.
Il Tribunale di primo grado gli dà torto. La Corte d’appello riforma la sentenza del Tribunale e dichiara il suo diritto a scegliere la sede di lavoro più vicina al comune dove vi è il domicilio della sorella, necessitante di assistenza, e ordina al datore di lavoro il trasferimento alla sede più vicina, tra quelle disponibili alla data della domanda di trasferimento o divenuta successivamente tali.
Le carte arrivano sul tavolo della Cassazione, che conferma la sentenza di secondo grado.
Questa corte, scrivono invero gli ermellini, “ha statuito come la norma di cui alla l. 5 febbraio 1992, n. 104, art. 33, comma 5, sul diritto del genitore o familiare lavoratore ‘che assista con continuità un parente o un affine entro il terzo grado, handicappato’ di scegliere, ove possibile la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio, è applicabile non solo all’inizio del rapporto di lavoro mediante la scelta della sede ove viene svolta l’attività lavorativa, ma anche nel corso del rapporto mediante domanda di trasferimento. La ratio della norma è infatti quella di favorire l’assistenza al parente o affine handicappato, ed è irrilevante, a tal fine, se tale esigenza sorga nel corso del rapporto o sia presente all’epoca dell’inizio del rapporto stesso”.
E continuano, rilevando che tale interpretazione si impone a maggio ragione dopo le modifiche introdotte con la legge 53 del 2000 che ha eliminato il requisito della convivenza tra il lavoratore e il familiare handicappato, e poi con la legge n. 183 del 2010, art. 24, che, intervenendo sulla legge 53, ha eliminato i requisiti della ‘continuità ed esclusività’ dell’assistenza.
“La l. n. 104 del 1998, art. 33, comma 5, risultante all’esito di tale interventi normativi – dichiara la Cassazione – (…) è formulato nel modo seguente: ‘Il lavoratore di cui al comma 3 (il lavoratore dipendente, pubblico o privato, che assiste persona con handicap in situazione di gravità) ha diritto a scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al domicilio della persona da assistere e non può essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede’”.
Il senso della disciplina è ovviamente la tutela dell’handicappato.
Avv. Monica Bombelli