Interessante questione sotto posta di recente al vaglio del Tribunale di Ancora, decisa con sentenza del 21/6/2017.
Questo il caso.
Una madre adduce di essere stata licenziata dal suo posto di lavoro per mancato superamento del periodo di prova. Dice anche di aver reperito ben due possibilità lavorative in altra città, con cui peraltro aveva vissuto con il marito e chiede quindi di essere autorizzata a portare con sé i figli che erano stati collocati presso la sua abitazione, in sede di separazione.
Il padre si oppone alla richiesta, asserendo che il trasferimento in altra città che dista ben 300 km dalla città attuale, sarebbe di pregiudizio per i figli, perché priverebbe i figli stessi di un rapporto continuativo e stabile con il padre, rapporto che si ridurrebbe a un incontro ogni due settimane peraltro in qualche albergo o in altre sistemazioni precarie, dato che esso padre non ha una sistemazione abitativa in detta nuova città.
In sentenza, il Giudice esordisce rilevando che è certamente diritto della donna di scegliere il suo domicilio e la sua residenza, ma che “non è assolutamente certo che l’ inseguimento di un progetto di realizzazione personale coincida con il superiore interesse dei minori, che è il parametro di cui il giudice deve tenere conto , in quanto prevalente su ogni altro interesse giuridicamente rilevante che vi si ponga in contrasto”.
Si domanda poi il Tribunale quale interesse possano avere in concreto i figli minori a tale trasferimento, atteso che nell’attuale contesto gli stessi sono ambientati, mentre non lo sono nella nuova città (sebbene il figlio più grande vi avesse già abitato, ma era ancora in età troppo piccola per aver intessuto contatti). Inoltre, scrivo ancora il magistrato, un trasferimento a oltre 300 km di distanza dall’attuale residenza, in un momento così delicato della loro crescita, “priverebbe i figli di quella presenza continuativa e di quel sostegno che solo un padre che vive nella stessa città può dare”.
Rilevato altresì che le due proposte lavorativa non sembrano di spessore e di redditività tali da giustificare il trasferimento dei figli in luogo più lontano ed osservato pure che la madre non mostrava di essersi spesa adeguatamente per reperire un’occupazione lavorativa nella città attuale, facendo sorgere il sospetto che il vero obiettivo della madre fosse quello di allontanare i figli dal padre e di “appropriarsene definitivamente, per poi inseguire i suoi sogni di realizzazione personale”, il Giudice sentenza che “non si vede per quale ragione, a questo punto, fermo restando l’affido condiviso, qualora la madre insista nel volersi trasferire perché non si possa mutare il regime del collocamento”. “La figura del padre – continua il Tribunale nella sentenza – appare necessaria alla crescita dei minori tanto quanto quella della madre, come ormai psicologi e neuropsichiatri e psicologi dell’età infantile riconoscono”. Per cui autorizzazione negata.
Avv. Monica Bombelli – IU 40