Ad affermarlo la Corte di Cassazione, Sezione terza civile, nella sentenza n. 24198 depositata il 4 ottobre.
Interessante il caso. Una società è proprietaria di alcuni immobili, che vengono abusivamente occupati da terzi. Gli immobili vengono posti sotto sequestro ed ordinato dall’autorità giudiziaria lo sgombero. Però la pubblica amministrazione, che dovrebbe garantire l’esecuzione del provvedimento, non ne dà appunto esecuzione alcuna per sei anni, temendo disordini pubblici ove avesse fatto eseguire il provvedimento giudiziale. La società evoca in giudizio la medesima pubblica amministrazione per sentirla condannare al risarcimento dei danni in proprio favore. Il Tribunale accoglie la domanda e dispone la condanna. Il giudice di appello ribalta tutto e assolve la pubblica amministrazione dalla domanda risarcitoria. Le parti arrivano in Cassazione.
E la Cassazione è chiara. “Occorre chiedersi – scrivono i magistrati in motivazione della sentenza – se sia consentito agli organi della pubblica amministrazione, deputati a dare attuazione ai provvedimenti dell’autorità giudiziaria, astenervisi o sindacarne il contenuto”. E assumono che “deve darsi risposta negativa. L’omessa attuazione, da parte degli organi di polizia o delle altre amministrazioni a ciò preposte, dei provvedimenti dell’autorità giudiziaria costituisce un fatto illecito in sede civile, e può costituire un delitto in sede penale. Tale principio in uno stato di diritto non ammette elucubrazioni, ed è stato ripetutamente affermato da questa Corte da sessant’anni in qua”.
Già nel 1962, infatti la Cassazione dichiarava che il rifiuto di assistenza della forza pubblica all’esecuzione di provvedimenti del giudice costituisce un comportamento illecito lesivo della diritto alla prestazione e come tale generatore di responsabilità dalla parte della pubblica amministrazione. Nel 2004, la stessa Corte ribadiva che l’autorità amministrativa ha il dovere di prestare i mezzi per l’attuazione in concreto del titolo esecutivo onde realizzare il fine ultimo della funzione sovrana della giurisdizione. Diversamente, si toglierebbe vigore alla protezione giurisdizionale garantita al cittadino e tutta l’attività giurisdizionale risulterebbe sostanzialmente vanificata e in definitiva lo Stato negherebbe se stesso come ordinamento.
“La negazione dell’assistenza della forza pubblica – continuano gli ermellini – per la realizzazione coattiva di un diritto giudizialmente riconosciuto integra, nello stato di diritto, una situazione addirittura paradossale, essendo inconcepibile che l’ordinamento per un verso contempli, imponendo al privato di avvalersene per realizzare il proprio interesse secundum ius, gli strumenti necessari alla tutela della sua posizione giuridica soggettiva (…) e, per un altro verso, non faccia in modo che l’interesse del singolo sia coattivamente soddisfatto in sede esecutiva con la forza che solo lo Stato è autorizzato a dispiegare, ovviamente predisponendo mezzi alla bisogna”.
E concludono, lapidari: “Che in uno Stato di diritto la pubblica amministrazione abbia l’obbligo ineludibile di dare attuazione ai provvedimenti giurisdizionali è questione talmente ovvia ed elementare che pare a questa Corte sinanche ultroneo dovervisi soffermare viepiù”.
Carte quindi di nuovo alla Corte d’appello in diversa composizione, per stabilire la condanna della pubblica amministrazione.
Avv. Monica Bombelli